12.012015
Off
0

PERCHE’ E’ SBAGLIATO IL JOBS ACT di Alberto Guariso

Ci sono 101 buoni motivi per ritenere che la nuova disciplina dei licenziamenti (come risulta dalla bozza di decreto legislativo approvata la vigilia di Natale scorso dal Consiglio dei Ministri sulla base della legge delega 183/14 ed attualmente all’esame delle Camere) sia sbagliata, ingiusta, irrazionale.

Per rendersene conto occorre prima di tutto aver chiaro qual è la misura della riduzione di tutele che ne deriverà per i dipendenti.

La sostanza è che nelle aziende con più di 15 dipendenti la sanzione normale per il licenziamento ingiustificato si ridurrà a un indennizzo pari a due mesi per ogni anno di anzianità,  con un minimo di quattro. Stante la maggiore mobilità dei lavoratori e le anzianità  molto contenute che vengono normalmente maturate, di fatto gli indennizzi saranno sempre attorno al minimo.

Uno dei punti più sconcertanti è quello relativo ai licenziamenti disciplinari sui quali molto si è soffermato il dibattito politico: se il “fatto materiale” risulta del tutto insussistente (ti ho accusato di aver rubato, ma in causa risulta che non hai rubato nulla: casi davvero rari!)  torna in gioco la sanzione della reintegrazione, ma – si badi bene – restando “estranea ogni valutazione circa la sproporzione del licenziamento”. Il risultato pratico è clamoroso: se al lavoratore viene contestata un’assenza ingiustificata di 10 giorni, ma poi si scopre che 9 erano in realtà coperti da certificato medico, il fatto (assenza ingiustificata) non è “del tutto insussistente” (una piccola assenza ingiustificata c’è); dunque, il giudice non potrebbe  applicare la sanzione della reintegrazione e il lavoratore, benché licenziato in modo palesemente ingiusto e assurdo per un solo giorno di assenza ingiustificata (che nessun contratto collettivo ritiene sufficiente a comminare la massima sanzione), se ne andrà con 4 mensilità di retribuzione e – sia detto con linguaggio giuridico – un calcio nel sedere .

Oltretutto la legge non precisa neppure se tale indennizzo si cumula al preavviso (come la giurisprudenza ha sempre ritenuto per la sanzione di 2,5/6 mensilità di cui alla legge 108/90): anzi il fatto che sia il giudice a “dichiarare estinto il rapporto di lavoro alla data del licenziamento” (art. 3) lascia sospettare che si tratti di una forma di “estinzione” estranea all’art. 2118 c.c. e dunque, se l’originario licenziamento era comminato per giusta causa, senza diritto al preavviso: con il che l’indennizzo vero e proprio si riduce a 3 o 2 mensilità e il costo aziendale quasi a zero perché il preavviso è gravato da contributi e il nuovo indennizzo è invece del tutto esente da contribuzione.

Quello che più fa riflettere è che un’attenuazione così radicale delle tutele contro il licenziamento illegittimo trascina con sé inevitabilmente l’attenuazione della forza contrattuale del dipendente sul posto di lavoro (chi mai si può sognare di resistere a piccoli e grandi soprusi se sa di poter essere messo alla porta quasi senza costi per l’azienda?) con conseguente minor capacità di rivendicare salario, tutele antiinfortunistiche, rispetto, condivisione e controllo delle scelte imprenditoriali.

Tutto ciò, se è grave per qualsiasi lavoratore, è ancor più grave per quel “lavoro debole” che sembra totalmente assente nella discussione politica e che invece riguarda milioni di persone: quello da 5 euro l’ora nella logistica, nelle pulizie, nelle mense, nelle aziende a bassa qualificazione; quello dei lavoratori che – per la loro intrinseca debolezza in termini di qualificazione professionale – non troveranno mai una adeguata tutela “nel mercato” e per i quali la perdita di capacità contrattuale si rivelerà solo un peggioramento netto delle condizioni di vita, senza alcuna contropartita.

La questione attiene non solo al senso di giustizia, ma prima ancora al tema così delicato della crescita: un’impresa “a governo unilaterale”, non riequilibrata da un’adeguata dialettica con i “venditori della forza lavoro”, è un’impresa più povera, meno capace di mettersi in discussione, meno dinamica; e un lavoratore privo di qualsiasi certezza sul proprio futuro è un lavoratore che non consuma, che non compra casa, che non da impulso alla dinamica dell’economia.

E così, mentre il povero Draghi si industria con manovre monetarie per il rilancio dell’economia,  Renzi si inventa la vera grande manovra depressiva:  quella di ridurre la fiducia nel futuro e nella possibilità di riequilibrare le disuguaglianze.

Gennaio 2015

Alberto Guariso